Coming home

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Un timbracartellini in primo piano segna le ore 20,00 di lunedì 5 settembre. Dei badge si avvicinano in sequenza al sensore emettendo ognuno di loro un "bip".

Crepuscolo. Le luci giallo/arancio dei lampioni illuminano strade grigie e affollate.

Noah sta rientrando a casa dopo la giornata lavorativa. 40 anni, bell'aspetto ma non curato: barba incolta, camicia bianca e jeans. E' seduto sul sedile di un autobus di linea dalla parte del finestrino. Il vetro riflette il suo sguardo apatico e fisso su se stesso.

Nell'autobus ci sono altri passeggeri. Sono diversi tra loro di età, di sesso e di stile, ma tutti con la solita luce spenta negli occhi. Nessun sentimento trapela dai loro volti.

L'autobus sosta ad una stazione.

Sale una ragazza visibilmente ubriaca. Indossa un vestitino nero, il mascara sbavato che le riga il viso. E' sconvolta. Monta i gradini del mezzo tremando e reggendosi ai sedili per non cadere. Va a sedersi dietro Noah dalla parte del corridoio. Nessuno sembra accorgersi di lei. Nessuno è impietosito, impaurito o magari disgustato.

Noah distoglie lo sguardo dal finestrino soltanto quando il bus arriva alla sua fermata.

Le porte si aprono con il loro suono inconfondibile.

Si alza dal seggiolino, un saluto svogliato con un cenno del capo all'autista, e scende.